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Crac Di Mario, il maxisequestro di 165 immobili tocca anche le province di Teramo e Pescara

Crac Di Mario, il maxisequestro di 165 immobili tocca anche le province di Teramo e Pescara

TERAMO,  1 marzo – Tocca anche il teramano e il pescarese il maxi sequestro di 165 immobili in tutta Italia,  operato dal Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza nell’ambito del procedimento giudiziario sul crac Di Mario. Immobili riconducibili  a 25 persone, tutte già rinviate a giudizio in ordine a reati di bancarotta fraudolenta e preferenziale, a vario titolo collegate al gruppo societario legato all’imprenditore di Pomezia.

L’operazione, che ha interessato  ville, appartamenti e locali commerciali, ha riguardato immobili nelle province di Roma, Milano, Torino, Venezia, Verona, Isernia, Imperia, Livorno, Lucca, Perugia, Teramo, Reggio Emilia, Lecco, Modena, Rimini, Parma, Pescara, Massa Carrara, Lodi, Novara, Savona, Aosta e Pavia.

Di Mario,  che nel 2004 comprò per 34 milioni di euro ‘Palazzo don Sturzo’ all’Eur, per 40 anni storica sede del partito della Democrazia Cristiana, venne arrestato nell’aprile del 2011 per un crac di 52 milioni di euro, relativo ad una sola società della holding, dal quale, a cascata, si generò un vorticoso e pressoché immediato effetto domino sulle restanti 10 società tutte dichiarate fallite dal Tribunale fallimentare di Roma, pochi giorni dopo l’arresto.

Dalle indagini – scrive la Finanza nel comunicato –  venne accertato che tre banche di interesse nazionale e una società di factoring, con la complicità degli esponenti del Gruppo imprenditoriale poi fallito, sottrassero illecitamente risorse destinate al pagamento dell’Iva per soddisfare propri crediti, altrimenti difficilmente recuperabili. Il meccanismo escogitato era basato sulla previsione che il Gruppo imprenditoriale, sull’orlo del fallimento, avrebbe conferito l’attivo – consistente in immobili e beni – in un fondo immobiliare di una società di gestione, al fine di continuare a ricevere finanziamenti dalle banche, che in questo caso li avrebbero concessi in favore della nuova Sgr e non più al Gruppo noto ormai come ‘cattivo debitore’.  L’Iva dovuta dalla Sgr, per oltre 31,6 milioni di euro, generata in conseguenza della cessione degli immobili al fondo, invece di arrivare nelle casse dell’Erario, venne artificiosamente dirottata verso le banche, perfettamente consapevoli dello stato di decozione finanziaria in cui versava il Gruppo, che in questo modo hanno ripianato precedenti esposizioni debitorie del Gruppo“.

Le tre banche alle quali fa riferimento la Finanza, secondo l’impianto accusatorio, sono Unicredit Corporate Banking, Italease e Tercas, con diversi dirigenti dei tre istituti rinviati a giudizio nell’ambito del procedimento giudiziario relativo al crac.

Ed è proprio alla luce del  quadro accusatorio delineato dalla Procura e che ha portato a processo ben 33 persone, che il gup del Tribunale di Roma ha emesso il provvedimento di
sequestro conservativo dei beni riconducibili agli imputati, fino “alla concorrenza del danno patrimoniale cagionato dalle condotte illecite accertate e loro ascritte, pari ad oltre 322 milioni di euro, a fronte dell’ammontare del passivo fallimentare complessivamente quantificato in oltre 250 milioni di euro”.

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